Lavorare di più ci rende davvero migliori?

Svizzera, ore lunghe e il mito dell’efficienza

Secondo l’Ufficio federale di statistica, nel 2024 un lavoratore a tempo pieno in Svizzera ha lavorato in media circa 40-42 ore a settimana, ben al di sopra della media europea che si attesta attorno alle 36 ore (Eurostat). In termini pratici, significa che in Svizzera si lavora l’equivalente di una settimana in più al mese rispetto a molti Paesi europei. Il modello svizzero unisce l’etica del dovere a un’efficienza produttiva che garantisce alti salari, pur generando una pressione sociale non indifferente.
La pressione sociale a dover essere performanti e a dare il massimo sia sul lavoro che nella propria vita privata, come dimostrano i dati annuali raccolti da Job Stress Index di Promozione Salute Svizzera, a lungo logora. In Ticino il quadro è ancora più delicato: salari sotto pressione, costo della vita elevato e ritmi intensi. Qui lavorare di più non significa vivere meglio, ma spesso semplicemente resistere. Quando il lavoro diventa un peso, il prezzo viene pagato da famiglie, salute e qualità della vita. Nel contesto globale, con la tecnologia che avanza e nuovi modelli lavorativi che prendono piede, l’approccio svizzero comincia a scricchiolare. Soprattutto quando paesi non lontani hanno dimostrato come si possa lavorare meno ore senza compromettere le performance. Paesi Bassi, Danimarca e Germania, sono per esempio paesi dove in media si lavorano molte meno ore a settimana mantenendo ottimi livelli di produttività. Resta allora una domanda scomoda ma necessaria: siamo davvero efficienti perché lavoriamo di più? O stiamo solo ritardando un cambiamento necessario? Pensare che «chi lavora di più vince» è un po’ come credere che un’auto sia più avanzata perché consuma più carburante: può funzionare, ma è inefficiente. Proprio come un’auto avanzata è quella che usa meno carburante per andare più lontano, i sistemi più aggiornati misurano il successo in risultati, non in ore, puntando su automazione, organizzazione intelligente, flessibilità e recupero.

Le radici culto svizzero dell’efficienza metodica

Il forte senso del dovere in Svizzera affonda le sue radici nell’etica protestante analizzata dal sociologo Max Weber, dove il lavoro è inteso come missione morale e responsabilità individuale. La radice principale risale alla Riforma Protestante del XVI secolo, in particolare alle figure di Huldrych Zwingli a Zurigo e Giovanni Calvino a Ginevra. Per i calvinisti, il successo nel lavoro non era visto come avidità, ma come una vocazione, un segno della benevolenza divina e della salvezza eterna.
L’etica protestante imponeva di lavorare sodo ma di non dissipare il guadagno in lussi futili, favorendo invece il risparmio e il reinvestimento. Questa mentalità ha gettato le basi dello spirito del capitalismo moderno, come teorizzato da Max Weber. Sebbene in forma non più religiosa ma secolare, questa eredità culturale si traduce oggi in un impegno per l’altissima qualità e produttività che, come rilevato dai dati sulla competitività del World Economic Forum (WEF), sostiene salari elevati e uno standard di vita tra i migliori al mondo. Tuttavia, questo modello improntato all’efficienza genera una costante tensione tra intensità professionale e ricerca di equilibrio, una pressione che si riflette in crescenti livelli di stress lavoro-correlato. 

Lavoratori professionalmente soddisfatti ma esauriti

In Svizzera, l’attuale scenario lavorativo presenta una profonda contraddizione: se da un lato l’82,6% dei dipendenti si dichiara soddisfatto della propria occupazione, dall’altro i dati più recenti evidenziano una crescita preoccupante dello stress, con un rischio burnout che ha ormai raggiunto livelli record. Sempre secondo il sondaggio di Travail.Suisse e della Scuola universitaria professionale di Berna, realizzato nel 2025 su un campione di 1’422 persone, quattro persone su dieci si dichiarano regolarmente esauste a fine giornata. Un terzo segnala poco tempo per il riposo e una persona su cinque fatica a conciliare vita professionale e privata. I dati dello studio evidenziano inoltre come la reperibilità fuori orario (richiesta a oltre un quarto dei dipendenti) e il carico di straordinari stiano rendendo quasi impossibile il recupero per il 33% degli intervistati. L’intensità produttiva sta logorando la salute mentale di una fetta crescente della popolazione, come conferma anche il Job Stress Index di Promozione Salute Svizzera, dove la quota di persone emotivamente spossate ha superato per la prima volta la soglia critica del 30% e il 41% dei lavoratori dichiara di sentirsi regolarmente esausto al termine della giornata. 

Segnali di cambiamento… 

Oggi, sempre più imprese utilizzano il Job Stress Index di Promozione Salute Svizzera come strumento di monitoraggio interno per identificare i reparti a rischio prima che esplodano casi di burnout ed i costi conseguenti. Non stupisce che, la Svizzera abbia uno dei tassi di lavoro a tempo parziale più alti d’Europa. Molte aziende lo concedono non più solo per la cura dei figli, ma come misura di prevenzione per permettere ai dipendenti di «staccare» mentalmente.
Nonostante un solido attaccamento alla tradizione, questa tendenza dimostra che lentamente il modello sta cambiando, con sempre più persone che scelgono di bilanciare carriera e vita privata.

Paesi dove si lavora meno e meglio.

Nei Paesi Bassi la settimana lavorativa media è tra le più basse in Europa, attorno alle 32 ore settimanali, in gran parte per l’ampia diffusione del lavoro part time. La produttività per ora lavorata in Olanda è tra le più elevate nelle economie avanzate, mentre il PIL pro capite resta alto rispetto alla media europea, mostrando che modelli con ore lavorative medie molto più contenute, possono coesistere con crescita economica e alta efficienza. In Danimarca e in Germania il numero di ore lavorate annuali è tra i più bassi tra i paesi avanzati, con la Danimarca che registra circa 1’360 ore annue per lavoratore e la Germania circa 1’345, valori ben inferiori alla media europea. Nonostante ciò, la produttività per ora lavorata rimane elevata in entrambi i paesi, collocandosi tra le economie più efficienti dell’OCSE. Il modello danese combina flessibilità, forte welfare e una cultura del lavoro orientata alla qualità, mentre in Germania la specializzazione industriale e i settori ad alto valore aggiunto consentono di ottenere alti livelli di rendimento senza prolungare eccessivamente l’orario lavorativo.
Questi esempi dimostrano che un minor numero di ore lavorative complessive non pregiudica la crescita economica, ma può anzi sostenere efficienza, benessere e sostenibilità del lavoro a lungo termine.

«Less is more», non un’utopia, ma una strategia.

I dati e le esperienze concrete di altri paesi mostrano che ridurre le ore lavorative non compromette crescita economica o competitività. Al contrario, lavoratori più riposati commettono meno errori, rendono di più, restano più a lungo nel mercato del lavoro e contribuiscono a ridurre i costi legati alle assenze e burnout. Il modello «less is more» non è idealismo, ma organizzazione intelligente del lavoro: valorizza flessibilità, automazione e recupero, considerandoli fattori produttivi. La sfida per la Svizzera non è lavorare di più, ma lavorare meglio: un approccio che coniughi produttività e sostenibilità, efficienza e benessere. La modernità si misura non in ore passate in ufficio, ma in risultati concreti, qualità del lavoro e nel binomio benessere-resilienza della forza lavoro. Lo sviluppo e la capacità non si misurano più in quantità ma in qualità di vita, sia sul lavoro che fuori. Una società prospera su tutti i fronti deve essere una società sana basata su modelli di vita equilibrati.


Questo e altri articoli sul numero 426 di Progresso Sociale, il periodico dei Sindacati Indipendenti Ticinesi distribuito gratuitamente ai suoi soci.

Scaricare il numero in versione PDF

Indietro