Polizia cantonale: tempi critici per il personale

Un sondaggio promosso dai sindacati evidenzia disagi strutturali e chiede interventi concreti

Negli ultimi anni, il contesto delle forze dell’ordine ticinesi si è fatto sempre più impegnativo: l’aumento dei carichi di lavoro, la scarsità di personale, la burocrazia interna e la difficoltà di conciliare vita professionale e privata hanno portato a un crescente disagio tra gli operatori della Polizia cantonale.

Per fotografare in modo preciso la situazione e dare voce a chi quotidianamente garantisce la sicurezza della collettività, le principali organizzazioni sindacali del settore — OCST, FSFP-TI, SIT e VPOD — hanno sostenuto la realizzazione di un sondaggio interno, poi formalizzato nella Risoluzione Assembleare sulla situazione della Polizia Cantonale.

L’iniziativa è stata promossa a nome dell’Assemblea da Giorgio Fonio (OCST), Mattia Bosco (SIT), Ivan Cimbri (FSFP-TI) ed Edoardo Cappelletti (VPOD), con l’obiettivo di raccogliere dati concreti e proporre soluzioni condivise per migliorare il benessere organizzativo e la qualità del servizio. Dai risultati emerge un quadro complesso: da un lato, un forte senso di appartenenza e collaborazione tra colleghi; dall’altro, una serie di criticità strutturali che rischiano di minare motivazione, coesione e capacità di trattenere personale qualificato. Una breccia è stata aperta, si è svolto il 10 di novembre, in un clima orientato al dialogo, l’incontro semestrale tra la Direzione della Polizia cantonale e i rappresentanti delle associazioni del personale.

L'intervista


Ne parliamo con Ivan Cimbri, presidente della Federazione Svizzera Funzionari di Polizia – Sezione Ticino, rappresentante sindacale e co-firmatario della Risoluzione, per approfondire il significato di questo sondaggio, i risultati ottenuti e le prospettive di miglioramento per il futuro della Polizia cantonale.


Il contesto attuale ha reso necessaria una presa di posizione da parte dei sindacati…
quali sono state le motivazioni più urgenti?

Il sondaggio nasce da un’iniziativa dei rappresentanti di OCST che hanno invitato le altre sigle a partecipare. Abbiamo accettato l’invito poiché la presenza di problematiche era palpabile anche tra i nostri affiliati. A preoccupare era la percezione di una certa distanza tra i vari livelli gerarchici della Polizia cantonale e la difficoltà di ottenere l’attenzione dei vertici della nostra struttura su determinati temi. Tra questi c’erano l’aspettativa di condizioni di lavoro più vicine ai moderni modelli da parte dei dipendenti, la percezione da parte del personale di una iniqua distribuzione delle risorse umane nei vari reparti e la presenza di difficoltà nella comunicazione interna.

Signor Cimbri, il malessere del personale non è un tema nuovo, ma il sondaggio sembra avergli dato finalmente una dimensione misurabile. Quali sono i principali problemi messi in luce e confermati dal sondaggio?
Questo esercizio ha dato voce al popolo della Polizia cantonale e non ha fatto altro che confermare problemi già noti, come quelli riferiti sopra. Grazie al sondaggio, in effetti, ora i dati sono misurabili. Mi sento di poter dire che buona parte di queste problematiche erano già state messe sul tavolo dai sindacati, sia con la Direzione di polizia, sia con il Consiglio di Stato. La Polizia cantonale ha nella comunicazione la sua lacuna principale; quella interna in particolare. La base però non può essere ignorata e il sondaggio ha avuto il pregio di dare uno scossone a questa situazione.

In che modo questi dati hanno cambiato — o dovrebbero cambiare — la percezione che la politica e i vertici hanno della realtà interna alla Polizia cantonale?
Purtroppo, ad oggi, dalla politica abbiamo assistito unicamente a prese di posizione che tentano di delegittimare il sondaggio. Tutto viene ricondotto ad una mancata scientificità. Così facendo non si fa altro che denigrare le sensazioni e le legittime posizioni espresse dai partecipanti stessi, amplificando la sfiducia. Se l’obiettivo è quello di trovare delle soluzioni a vantaggio di tutti, mi auguro che anche la Direzione del Dipartimento abbandoni la sua retorica. La Direzione di Polizia ha accettato l’apertura
di un tavolo di lavoro paritetico e questo è un passo importante nella giusta direzione. Diverse sigle sindacali hanno agito in modo unitario, superando logiche di categoria.

Cosa ha reso possibile questa convergenza e che messaggio politico si è voluto lanciare con una voce così compatta?
La FSFP-TI è sindacalmente rappresentata dal SIT e fa parte della Sezione dipendenti pubblici, con altre associazioni di categoria di dipendenti statali. Per quanto riguarda i temi della Polizia è ormai da qualche anno che SIT / FSFP-TI collabora molto bene con OCST e VPOD. Trovo che la pluralità di idee e visioni costituisca un valore aggiunto nello sviluppo dei temi. Il fronte unico nell’esposizione degli stessi ha poi il vantaggio di portare avanti rivendicazioni univoche. Dal mio punto di vista si riesce ad essere più efficaci.

Nella metodologia del sondaggio emerge un’attenzione alla trasversalità: non solo agenti, ma anche personale amministrativo e tecnico. Quanto era importante mostrare che il disagio non riguarda una funzione specifica, ma un intero sistema organizzativo?
Il sondaggio è stato inviato agli affiliati delle varie sigle sindacali. È tuttavia stata garantita la possibilità di partecipare a tutti i membri del Corpo di Polizia. I vari settori della nostra organizzazione sono molto interconnessi e, come emerge dal sondaggio, è percepita una distribuzione del personale inadeguata rispetto ai carichi di lavoro dei singoli reparti. Avere l’opinione delle varie categorie di personale permette da un lato di vedere dove vengono percepiti i problemi e dall’altro chi si sente toccato da tali problemi. L’obiettivo era comunque anche quello di avere il maggior numero possibile di risposte, per ottenere una fotografia della situazione il più possibile solida e dettagliata.

Il 72% del personale ha pensato di lasciare la Polizia cantonale, ma allo stesso tempo l’85% dichiara un forte senso di appartenenza. Come interpreta questa apparente contraddizione tra disagio e attaccamento all’istituzione?
Non ho una risposta. Probabilmente anche il sondaggio non contempla dettagli sufficienti. Va detto che chi si avvicina a una professione come la nostra è sovente mosso da passione. A prevalere sono probabilmente vocazione alla missione e spirito di servizio. Si tratta poi di un lavoro di squadra con i colleghi di pattuglia e di gruppo, con i quali possono crearsi legami forti. Questo può portare a sviluppare un forte senso di appartenenza. Viceversa, chi decide di lasciare la Polizia cantonale non necessariamente lascia la professione ma semplicemente cambia corpo.

Dopo la pubblicazione dei risultati, il personale ha espresso la volontà di essere coinvolto nei processi decisionali. Secondo lei, la Direzione e il Dipartimento hanno realmente compreso la portata di questa richiesta di partecipazione dal basso?
Purtroppo all’inizio non vi erano stati segnali in tal senso. L’atteggiamento assunto rispetto al sondaggio non era rassicurante. Chi si è pronunciato si è limitato a dire che il sondaggio non è scientifico. Come quadro della Polizia cantonale ho seguito diversi corsi che trattano temi come l’ascolto attivo, la leadership e altri aspetti legati al rapporto con i sottoposti. Gli strumenti paradossalmente vengono già forniti da tempo e una nuova formazione per i quadri, che si estende su tre anni, è appena iniziata. La formazione da sola non basta; sarà importante la messa in pratica e la creazione di una nuova cultura aziendale.

La Risoluzione chiede interventi urgenti su carichi di lavoro, comunicazione interna e valorizzazione del personale. Da osservatore interno, lei pensa che ci sia la volontà — e la capacità — di cambiare davvero le logiche gestionali?
Come detto, sulla valorizzazione è appena partito un nuovo corso. Il discorso comunicazione presuppone un cambiamento radicale in termini di trasparenza. Sulla revisione dei compiti e la ridistribuzione del lavoro, ad oggi non posso dire di aver visto grande apertura all’ascolto. Il recente incontro con la Direzione di polizia lascia però ben sperare. Le premesse sono positive e le capacità non mancano. Adesso bisogna istituire il tavolo di lavoro voluto dai sindacati, voltare pagina e rimboccarsi le maniche. È un cambiamento di paradigma che porta sindacati e Direzione di polizia sullo stesso fronte; altrove funziona e può funzionare anche in Ticino.

Molti agenti restano per senso di missione e legami umani, non per riconoscimento o
condizioni di lavoro. Quanto è rischioso, per un’istituzione di sicurezza, basarsi quasi esclusivamente sulla motivazione personale dei propri membri?

In un’organizzazione come la nostra è difficile gratificare i collaboratori. Mancano gli strumenti finanziari ad esempio. La motivazione personale è quindi molto spesso generata autonomamente dal collaboratore che si sente gratificato per quello che fa. Nella migliore delle ipotesi la gerarchia può elogiare un determinato servizio. Altre strutture come la nostra riescono ad offrire di più e il mercato del lavoro offre anche altre opportunità che possono offuscare l’autogratificazione. Il problema della Polizia cantonale è poi la reperibilità del personale che, allo stato attuale, può avvenire unicamente tramite le scuole di polizia. La formazione dura due anni e sappiamo che la politica ha ridotto le assunzioni di nuovi aspiranti gendarmi. Gli arrivi sono centellinati, mentre le partenze, con 89 candidati al cambiamento emersi dal sondaggio, le determina il mercato e questo non può che preoccupare.

Guardando avanti, questo sondaggio può rappresentare una svolta nel modo in cui si costruisce il dialogo tra la base, i vertici e la politica cantonale. Quali passi concreti auspica affinché non resti solo un esercizio di ascolto, ma diventi un vero strumento di cambiamento?
Penso che chi ha mal digerito il sondaggio dovrebbe cambiare il punto di osservazione. Se dovessero riuscire a vederlo come un’opportunità e si riuscisse ad intavolare una discussione costruttiva, basterebbe iniziare dall’attuazione dei punti elencati sulla Risoluzione assembleare intersindacale del 8 ottobre 2025. Ancora una volta, è soltanto una questione di buona volontà. Nel momento in cui stiamo svolgendo quest’ intervista l’apertura della Direzione di polizia appare esserci; speriamo segua anche la politica, altrimenti vedremo di spronarla con un nuovo fronte, ulteriormente allargato.


Questo e altri articoli sul numero 425 di Progresso Sociale, il periodico dei Sindacati Indipendenti Ticinesi distribuito gratuitamente ai suoi soci.

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