Smartphone a scuola: il Ticino dice basta?

L’iniziativa popolare, lanciata dal partito Il Centro, con il sostegno di un ampio comitato interpartitico e della società civile, chiede il divieto totale dei cellulari nelle scuole dell’obbligo per proteggere concentrazione, benessere e relazioni sociali degli studenti

Negli ultimi anni, l’uso degli smartphone nelle scuole è diventato un tema centrale nel dibattito educativo e sociale. Studi internazionali mostrano come l’esposizione prolungata ai dispositivi digitali possa incidere negativamente sulla concentrazione, sul rendimento scolastico e sul benessere psicofisico degli studenti

In Ticino, la direttiva vigente del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport limita l’uso dei telefoni: devono rimanere spenti o in modalità aereo, non visibili durante le lezioni. Tuttavia, questa misura si è dimostrata insufficiente a ridurre la presenza invasiva della tecnologia, che distrae i ragazzi dall’obiettivo principale della scuola: essere presenti, crescere, imparare in aula e sviluppare relazioni sociali sane con compagni e docenti. 

Per rispondere a questa esigenza, è stata lanciata l’iniziativa popolare “Smartphone: a scuola no!”, promossa da Giorgio Fonio, consigliere nazionale e vicepresidente del partito Il Centro, insieme a un comitato promotore interpartitico e della società civile. Tra i membri figurano Fiorenzo Dadò (Il Centro), Simona Genini (PLR), Paolo Pamini (UDC), rappresentanti della Conferenza Cantonale dei Genitori e dell’Associazione Pediatri della Svizzera Italiana. In questo momento si stanno raccogliendo le firme necessarie per procedere. L’obiettivo condiviso dal comitato è vietare l’uso dei cellulari nelle scuole dell’obbligo per proteggere la concentrazione, il benessere emotivo e lo sviluppo delle competenze sociali degli studenti. Nello specifico, il testo proposto mira a introdurre nella legge cantonale sulla scuola un articolo (ad esempio il “art. 56a” o simile) che stabilisca che: «agli allievi di scuola dell’infanzia, elementare e media non è consentito portare con sé, a scuola e durante le attività formative previste dalla legge, smartphone e dispositivi connessi».



Giorgio Fonio, Sindacalista OCST e Consigliere Nazionale, portavoce e promotore principale dell’iniziativa, ci spiega le ragioni del divieto, i dati alla base della proposta e le aspettative sugli effetti nelle scuole ticinesi…


Sig. Fonio, quali evidenze scientifiche, osservazioni quotidiane e dati ticinesi o svizzeri, supportati anche da genitori e pediatri, vi hanno convinto della necessità di vietare gli smartphone nelle scuole dell’obbligo?
La JAMES 2024 (Jugend, Aktivitäten, Medien – Erhebung Schweiz) una delle fonti statistiche più autorevoli in Svizzera quando si parla di giovani e digitale, nell’ultima ricerca nazionale ha evidenziato che il 99% dei giovani svizzeri possiede uno smartphone. L’uso quotidiano supera le 4 ore al giorno tra i 12 e i 19 anni e il 62% dei ragazzi intervistati dichiara di sentirsi “spesso distratto” o “stressato” dal tempo online. La ricerca evidenzia anche un aumento dei segnali di dipendenza digitale e di ansia da connessione (“FOMO”).
In Ticino le tendenze sono sovrapponibili a quelle svizzere, con un impatto ancora più marcato nelle fasce 12–14 anni, dove lo smartphone entra ormai già nella scuola media. Sul piano della salute, la letteratura segnala ricadute in particolare sul sonno, sull’attenzione e più in generale sul benessere psicologico. Con questi dati alla mano, come adulti abbiamo il dovere di mettere mano alla situazione al fine di garantire ai nostri figli di beneficiare appieno delle attività didattiche proposte dalla scuola, e di mantenere e coltivare relazioni sociali non mediate da un telefonino.

La direttiva attuale del DECS limita l’uso dei telefoni, ma non li vieta. Perché ritenete che non sia sufficiente a contenere l’uso problematico e invasivo della tecnologia? Come mai ritenete importante vietare i telefoni anche durante le pause (sviluppo skills sociali, eccetera)?
La direttiva del DECS consente di portare i telefonini a scuola ma chiede di tenerli spenti o in modalità aereo, e non visibili. L’esperienza raccolta nel tempo nelle diverse sedi, e il confronto con i docenti e i genitori, ci dicono che “esserci ma spento” non elimina la tentazione, né il richiamo sociale delle notifiche. La sola presenza è già sufficiente per attivare reazioni e aspettative nell’allievo, che lo distraggono, allontanandolo dal qui e ora scolastico. Proprio le pause sono il cuore dell’apprendimento sociale dove i ragazzi parlano, giocano e si muovono fisicamente. Inoltre, non va banalizzato il fatto che gli episodi di cyberbullismo spesso hanno luogo proprio durante le pause e lungo il tragitto casa- scuola.

Il comitato promotore riunisce rappresentanti politici di diversi partiti, genitori e pediatri. In che modo questa pluralità di voci ha contribuito a rafforzare e perfezionare la proposta?
Aver invitato allo stesso tavolo gli esponenti di più partiti, la Conferenza cantonale dei genitori, i pediatri e i rappresentanti della società civile, ci ha permesso di costruire un testo equilibrato e centrato sul benessere, l’apprendimento e le pari opportunità educative dei ragazzi. E’ un patto educativo trasversale in cui il Focus sul benessere, indentifica e sancisce il perimetro della scuola come spazio di relazione e concentrazione. L’adesione pubblica della Conferenza cantonale dei genitori ha evidentemente rafforzato il mandato sociale dell’iniziativa.

L’iniziativa pone particolare attenzione allo sviluppo delle competenze sociali e alle relazioni tra studenti e docenti. Come risponde l’iniziativa sia ai benefici educativi e sociali attesi sia alle critiche secondo cui il divieto limiterebbe l’autonomia o l’accesso alle informazioni?
Togliere il telefono dal contesto quotidiano scolastico riduce rumore e confronti sociali tossici, e libera tempo per parlare, cooperare, risolvere piccoli conflitti, imparare a stare con gli altri. L’accesso alle informazioni resta garantito in quanto i docenti dispongono di strumenti didattici (tablet o laptop condivisi) attivabili quando servono, con finalità precise e sotto la loro guida educativa. Così facendo possiamo creare una netta distinzione tra “uso didattico mirato” e “connessione continua”, che sono due cose ben diverse.

Se l’iniziativa venisse approvata, come prevedete di supportare insegnanti e scuole nella transizione verso un ambiente senza smartphone e quali effetti concreti sperate di ottenere sugli studenti e sul clima scolastico ticinese?
Per ora è prematuro immaginare delle linee guida operative. Questo è un tema che dovrà essere affrontato nelle sedi preposte insieme a tutti i partner interessati dal tema. Certo è che dovrà entrare in vigore una modalità operativa condivisa e rispettata da tutti gli Istituti scolastici. 

Prossimi passi… come sta procedendo la raccolta firme e quale risposta sta dando la popolazione?
In queste settimane stiamo osservando una risposta positiva da parte della popolazione ticinese. Si percepisce molta sensibilità verso il tema e un bisogno reale di chiarezza e di regole uguali per tutti. L’obiettivo di raccogliere 7000 firme è comunque ambizioso, quindi rinnovo l’invito a ognuno nel fare la propria parte, perché ogni firma conta. 

Guardando al futuro, quali strumenti di monitoraggio intendete utilizzare per verificare l’impatto della nuova normativa?
Sarà certamente utile immaginare un monitoraggio annuale attraverso indicatori semplici che ci aiutino a leggere i risultati nel tempo e a calibrare eventuali aggiustamenti. Sono comunque fenomeni che richiedono un’osservazione sul medio e lungo periodo. Sul breve periodo sarà importante osservare l’applicazione costante e omogenea delle nuove direttive.

La testimonianza


Bianca Vassalli
docente alle Scuole Medie (Lugano)

«Dal mio punto di vista, sia come madre sia come insegnante, gli smartphone a scuola dovrebbero essere vietati al più presto, soprattutto nelle scuole pubbliche dove i ragazzi arrivano con i bus scolastici. Minano la concentrazione e sono strumenti potenti che li alienano e che spesso non sanno gestire. Anche molti genitori non riescono a porre limiti, permettendo l’uso di app e social prima dell’età legale. Secondo me sarebbero accettabili solo telefoni “basici”, come i Nokia. I ragazzi che raggiungono la scuola da soli, per sicurezza, potrebbero avere un telefono da consegnare all’arrivo. Mio figlio maggiore (13 anni) ha WhatsApp da quest’anno, ma può usarla solo fuori da scuola. In base alla mia esperienza, i punti negativi dell’uso degli smartphone nella scuola dell’obbligo sono più dei positivi. L’unico vantaggio è che mio figlio ora si muove più autonomamente e può organizzarsi con gli  amici di atletica, ma si tratta comunque di un uso moderato e esterno alla scuola.»

Questo e altri articoli sul numero 425 di Progresso Sociale, il periodico dei Sindacati Indipendenti Ticinesi distribuito gratuitamente ai suoi soci.

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